LA COCCINELLA
Un giorno di festa. Di quelli che attendi da tempo con ansia fanciullesca, sia che tu sia bambino, sia che tu abbia già percorso una fetta di vita. Ti svegli presto, quel giorno, e già sai che la festa è iniziata perchè senti suoni e rumori fondersi in lontananza. Le strade di tutti i giorni sono diventate arcobaleno di bancarelle tutte diverse, ma tutte uguali. La campana saluta allegra il proprio Santo Patrono, e le tavole delle case si apprestano a ospitare amici e parenti in visita. C'è allegria nell'aria, promossa da un accecante sole che sa di primavera inoltrata e di mare, profumo conosciuto soltanto a noi, gente che vive il mare, sul mare. La Torre diroccata osserva quieta il viavai della sua gente, tra una pesca di beneficenza in piazza della chiesa, e il fiume di persone che passa sopra al fiume vero e proprio. In cielo, come sempre, si vedono volare palloncini colorati, sfuggiti alla mano distratta di qualche bambino imbronciato. Bambini che ridono, bambini che piangono. Adulti che ridono. Adulti che si stizziscono, tra calca, capricci e zucchero filato appiccicato sui vestiti. Intanto i palloncini colorati salgono a rallegrare nuvole che hanno sempre lo stesso pallido colore. Poi arriva la sera, la fiera se ne va, e ne restano i ricordi; e tra i giochi, le giostre e lo zucchero filato, ho rammentato la mia coccinella. Era la fiera di San Marco. Diversi anni fa. Il chiasso degli ambulanti saliva lungo le strade della città come un brulicare di un festoso formicaio, richiamando grandi e piccoli, e qualche cane randagio voglioso di carezze. Tantissima la mercanzia, altrettanti gli imbonitori disposti a vendere l'anima pur di convincerti dell'assoluta indispensabilità del loro prodotto. Erano giorni senza grandi pensieri, quelli. Erano periodi sereni, i giorni in cui ero bambino. Dopo aver passeggiato, e saziato la vista con ogni genere di meraviglia, mi venne domandato che cosa volessi. Mi guardai attorno e notai, amore a prima vista, un palloncino gonfiato ad elio, di quelli che volano. Aveva la forma di una coccinella rossa, dall'espressione simpatica. Una bella gobba voluminosa era costellata da una miriade di puntini neri e sull'estremità anteriore troneggiavano un paio di buffi cornetti. "Voglio quella" - senza esitazione e con lo sguardo illuminato. Orgoglioso del mio dono, smisi di guardarmi attorno, desideroso soltanto di mostrare alla nuova amica, la sua nuova casa. Così, marciando tra ali di persone come un colonnello di fronte al plotone, mi diressi verso casa, con al polso legato lo spago che tratteneva con me l'animaletto volante. Entrai e ancor prima di togliermi il cappotto, portai il palloncino a visitare la camera, mostrandolo agli altri co-inquilini: l'orsetto, i soldatini, un antico carillon di porcellana, e tutte le altre cianfrusaglie che costituivano il mio mondo. Eseguite le presentazioni di rito, mostrai alla coccinella il resto della casa, prima di ancorare il suo spago ad una sedia della sala da pranzo, da cui poteva assistere al nostro pasto. Splendida, la mia coccinella volante. Trascorremmo, io e lei, tutta la sera a chiacchierare. Le raccontai delle mie vicissitudini scolastiche e dei miei giochi con gli amici, lei mi parlò dei suoi mille voli, esplorando tutti gli angoli del mondo. Quella sera ci addormentammo assieme. La mattina dopo, Coccinella mi diede la sveglia con largo anticipo; anzi, quasi mi spaventò, alta e sicura, dalla sommità del suo spago ai piedi del mio letto! Facemmo colazione assieme, mi guardò vestirmi e la salutai per andare a scuola. Quando rientrai, nel pomeriggio, era ancora lì ad attendermi. La guardai bene. Mi sembrava svogliata. Ma giocammo ugualmente tutto il giorno, volando con il suo corpo fluttuante al quale volava aggrappata la mia fantasia. Ci salutammo, quando venne l'ora di addormentarsi e la abbracciai di nuovo la mattina successiva, sentendola, però, stanca e afflosciata tra le mie braccia. Le chiesi cos'avesse, se si stesse sentendo male; ma non mi rispose. Mi augurò soltanto la buona giornata, e si raccomandò di prestare attenzione alle lezioni. Ricordo che mi preoccupai un po', ma appena arrivata in classe, i pensieri si dissiparono rapidamente. Rientrando a casa la trovai quasi invecchiata, Coccinella rugosa sempre colorata, ma assente nello sguardo. Non mi salutò, se non dopo qualche volta che la chiamai. Allungai la mano per accarezzarla, e la trovai fredda e cedevole come la pelle di un cadavere. Le soffiai, ed ella prese a volare, sorridendo fasulla. Dimostrava allegria apparente, solo per farmi giocare, per rendermi felice ancora per un giorno. Arrivò ancora una volta la sera, e vidi Coccinella esausta da quella giornata di volo, così andammo a letto presto. La tirai per il filo, l'avvicinai e le diedi un bacio proprio sulla punta del naso. Non capivo che cos'avesse e con angoscia mi accorsi che stava male, che non era più lei. Con questo pensiero scivolai in un sonno agitato, e la mattina la trovai sempre sopra di me, ma ancora più rugosa della sera prima. Avrei voluto che mi accompagnasse a scuola, per passare con lei più tempo possibile, ma non mi fu permesso, così non potei fare altro che pensarla per tutta la mattinata. Quel giorno, al suono della campanella, uscii di classe per prima e corsi a casa. Trovai Coccinella con lo sguardo sereno di chi non ha più niente da perdere. Mi guardò, e io guardai lei. Mi sorrise. Io iniziai a piangere, certo di non essere compreso da nessun altro, certo però di comprendere le leggi del mondo. Coccinella era ancora più malridotta, sgonfio involucro colorato dalla morente anima gassosa. Con il cuore gonfio di dolore, constatai che la sua fine era vicina. Mi aveva regalato momenti magici, unici, voli immensi di fantasia: i più preziosi che esistano.. Ora era arrivato il momento di fare qualcosa per lei. La slegai dal bordo del letto al quale era ancorata e le feci fare un ultimo giro della casa. Coccinella salutò i miei pelouches fatti di plastica immortale, gli eterni modellini e il carillon sulle cui note aveva fluttuato danzante nel cielo della mia camera. Poi mi strizzò l'occhio e si addormentò. Corsi all'ingresso e infilai il giaccone. Faceva un po' freddo, nonostante fossimo nel pieno pomeriggio. Presi lo spago di Coccinella e la trascinai con me verso le scale, verso l'alto. Una rampa. Un'altra ancora. Finché non raggiungemmo la terrazza. Spalancai la porta e fummo invasi da gelida tramontana, che soffiava verso il riflesso dorato del mare. Guardai Coccinella ancora una volta. Dormiva ancora, continuando a galleggiare a mezz'aria, come a non volersi arrendere. Una lacrima mi attraversò la guancia, tracciando una fresca riga sul viso. Fa' buon viaggio, amica mia!!. E aprii la mano che tratteneva il suo filo, donandole la libertà. Coccinella compì un giro su sé stessa, poi un altro e un altro ancora, in balia del vento che la stava facendo danzare. Ad un tratto, come se avesse ritrovato tutto il vigore che aveva il giorno in cui diventammo amiche, impennò rabbiosa verso l'alto, e cominciò a salire. Aprì gli occhi, mi guardò con incredibile entusiasmo e mi sorrise. Le gridai 'Addio!. Lei mi rispose con una delle parole più ricche di speranza che esistano: Arrivederci. E riprese a salire, danzando con il vento, diventando un puntino alto che correva verso il mare, carica di tutta la forza di vivere che aveva il primo giorno. Quell' Arrivederci fu una promessa ed un invito a continuare a volare al suo fianco, al ritrovarla nei miei sogni più felici, a non mollare mai. Perché in qualunque vicissitudine della vita, può sempre capitare un vento in grado di risollevarci e di donarci la voglia di continuare il cammino. di David De Filippi Liberamente ispirato al romanzo CHIARA SOLE



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